Quante volte abbiamo sentito la domanda: "Mi dai un la?"; dagli strumentisti quando si accordano, ma anche dai direttori di coro quando devono dare l'intonazione ai loro coristi. Subito ci viene in mente quel piccolo aggeggio di acciaio, il diapason, che misteriosamente vediamo essere sbattuto contro la testa del malcapitato di turno che poi, puntualmente, se lo avvicina all'orecchio. Dopodiché ci ricordiamo che qualcuno (forse Piero Angela) ci ha detto che il la ha una frequenza di 440 Hz e che corrisponde al la centrale del pianoforte: il la 440. Sempre questo qualcuno ci ricorda che il la 440 è utilizzato dalle orchestre per accordarsi. Ma tutte le orchestre usano questo diapason? Ne siamo sicuri?
In realtà la normalizzazione dell'accordatura a 440 Hz è avvenuta solamente nel 1971 con la risoluzione europea n. 71 del 30 giugno. La questione di avere un diapason europeo standard era nata quasi un secolo prima, nel 1885, quando a Vienna si discusse la possibilità di seguire l'esempio francese che, nel 1859, aveva fissato con decreto imperiale il diapason a 435 Hz per tutto il territorio francese. In Italia la frequenza della nota di riferimento per l'accordatura degli strumenti musicali è stabilita dalla legge 3 maggio 1989, n. 170, pubblicata sulla 'Gazzetta Ufficiale' n. 109 del 12/05/1989: "Normalizzazione dell'intonazione di base degli strumenti musicali", che all'art. 1 recita: "Il suono di riferimento per l'intonazione di base degli strumenti musicali è la nota la3, la cui altezza deve corrispondere alla frequenza di 440 hertz (Hz), misurata alla temperatura ambiente di 20 gradi centigradi".
Allora, quanti diapason esistevano? E quanti ne sono utilizzati oggi? Alexander Ellis, matematico e musicologo britannico, nel 1880 catalogò i diapason utilizzati nelle varie città europee: si passava dal la 421,9 di Berlino nel 1721 al la 466 dell'opera di Vienna nel 1862. Ce n'era per tutti i gusti! Naturalmente la casistica non si esaurisce qui: immaginiamo quanti diapason potevano esserci nel Cinquecento o nel Seicento. Di fatto ogni città aveva un proprio diapason; diapason che variava anche con il passare degli anni. Nell'Italia rinascimentale ogni corte aveva il proprio diapason; i musicisti quindi trovavano in loco gli strumenti. Era del tutto inutile portarsi il proprio, difficilmente sarebbe andato bene. Pensiamo poi alla musica sacra: ogni chiesa poteva avere un diapason diverso a seconda di come era intonato l'organo presente nella chiesa stessa. Facciamo un esempio concreto con l'ascolto di alcuni strumenti, due austriaci e uno francese (le toccate sono tutte in re minore).
In realtà la normalizzazione dell'accordatura a 440 Hz è avvenuta solamente nel 1971 con la risoluzione europea n. 71 del 30 giugno. La questione di avere un diapason europeo standard era nata quasi un secolo prima, nel 1885, quando a Vienna si discusse la possibilità di seguire l'esempio francese che, nel 1859, aveva fissato con decreto imperiale il diapason a 435 Hz per tutto il territorio francese. In Italia la frequenza della nota di riferimento per l'accordatura degli strumenti musicali è stabilita dalla legge 3 maggio 1989, n. 170, pubblicata sulla 'Gazzetta Ufficiale' n. 109 del 12/05/1989: "Normalizzazione dell'intonazione di base degli strumenti musicali", che all'art. 1 recita: "Il suono di riferimento per l'intonazione di base degli strumenti musicali è la nota la3, la cui altezza deve corrispondere alla frequenza di 440 hertz (Hz), misurata alla temperatura ambiente di 20 gradi centigradi".
Allora, quanti diapason esistevano? E quanti ne sono utilizzati oggi? Alexander Ellis, matematico e musicologo britannico, nel 1880 catalogò i diapason utilizzati nelle varie città europee: si passava dal la 421,9 di Berlino nel 1721 al la 466 dell'opera di Vienna nel 1862. Ce n'era per tutti i gusti! Naturalmente la casistica non si esaurisce qui: immaginiamo quanti diapason potevano esserci nel Cinquecento o nel Seicento. Di fatto ogni città aveva un proprio diapason; diapason che variava anche con il passare degli anni. Nell'Italia rinascimentale ogni corte aveva il proprio diapason; i musicisti quindi trovavano in loco gli strumenti. Era del tutto inutile portarsi il proprio, difficilmente sarebbe andato bene. Pensiamo poi alla musica sacra: ogni chiesa poteva avere un diapason diverso a seconda di come era intonato l'organo presente nella chiesa stessa. Facciamo un esempio concreto con l'ascolto di alcuni strumenti, due austriaci e uno francese (le toccate sono tutte in re minore).
Georg Muffat
Toccata prima
Organo Egedacher (1708), Abbazia premostratense, Schlägl (A)
Intonazione: LA 447
Gustav Leonhardt, organo
Georg Muffat
Toccata prima
Organo Dom Bedos (1744-46), Abbazia di S.te Croix, Bordeaux (F)
Intonazione: LA 390
Gustav Leonhardt, organo
Johannes Speth
Toccata prima
Organo Freundt (1642), Collegiata di Sant'Agostino, Klosterneuburg (A)
Intonazione: LA 475
Gustav Leonhardt, organo
Interessante, no? Veniamo ai giorni nostri. Come detto in precedenza il diapason attuale è il la 440 ma, a dire il vero, ha già subito delle modifiche visto che le orchestre preferiscono accordarsi a 442, frequenza più adatta agli strumenti a fiato. Ma non tutti usano questo diapason; chi esegue musica barocca e classica su strumenti originali vanta un'ampia scelta di diapason: 392 per la musica barocca francese (Rameau, Couperin), 415 per quella tedesca (Bach, Haendel), 465 per il repertorio tedesco del nord (Buxtehude, Scheidt, Scheidemann), 432 per la musica classica (Mozart, Haydn e Beethoven per intenderci), ma anche 440 per buona parte del repertorio veneziano (Monteverdi, Gabrieli...).
Questi diapason, presenti contemporaneamente durante il periodo barocco, oggi potrebbero provocare grosse difficoltà ai musicisti ignari (e non sono pochi) di tutto ciò. La cantata Aus der Tiefen BWV 131 di J. S. Bach, per esempio, è scritta in sol minore per gli archi e l'organo e in la minore per i fiati (oboe e fagotto): un tono di differenza, come sarà mai possibile? Beh, è presto spiegato. Se la parte è scritta ad un tono di differenza, significa che fiati e archi hanno un diapason differente di un tono. Ora, semplificando un po' e riferendoci al particolare caso della cantata, oboe e fagotto avevano un diapason basso (415, 'Kammerton': tono da camera), mentre archi e organo un diapason alto (465, 'Chorton': tono del coro). Le frequenze 415 e 465 rappresentano proprio la distanza di un tono. Rispetto al 440, 415 è un semitono sotto, mentre 465 un semitono sopra. Quindi, ritornando alla cantata 131 e dovendo visualizzare le note sulla tastiera del pianoforte (preferirei il clavicembalo però, o almeno il fortepiano), se l'oboe (che è a 415) suona un la, l'effetto è un nostro sol diesis, mentre se un violino (che è a 465) suona un sol, l'effetto è un sol diesis. Ecco che archi e fiati si incontrano sulla stessa nota.
Complicato? Forse un pochino all'inizio. Ma vedrete che con un po' di prat(t)ica (la seconda ovviamente) diventerete degli Harry Potter del diapason.
Johann Sebastian Bach
Aus der Tiefen, cantata BWV 131
Lothar Odinius, tenore
Klaus Mertens, basso
Amsterdam Baroque Orchestra and Choir
Ton Koopman, direttore
Salve. Complimenti per l'interessantissimo articolo. Vorrei precisare solo un fatto: considerando di adottare un temperamento equabile 12-TET (che comunque anticamente non si usava) si ha che l'intervallo tra 440 Hz e 415 Hz (25 Hz) è effettivamente di un semitono (esattamente sarebbe 415.3), tuttavia tra 440 Hz e 465 Hz (sempre 25 Hz) l'intervallo è leggermente inferiore, infatti per avere un semitono bisognerebbe salire fino a 466,2 Hz. In realtà il discorso è ancora più complicato poiché, appunto, anticamente non si usava affatto l'equabile e si faceva molto caso alla purezza degli accordi. L'importante è comunque non pensare che l'intervallo di un semitono sia sempre fisso e pari a 25 Hz.
RispondiEliminaGrazie per le precisazioni. Mi rendo conto che le frequenze precise sono leggermente diverse da quelle indicate nel post; in questa occasione ho approssimato i valori (forse un po' troppo per quanto riguarda il 466,2) considerando che quando si parla di diapason tra musicisti e musicologi difficilmente si danno i valori esatti. Ed essendo entrambi (musicista e musicologo) non faccio eccezione. Per di più con i numeri non ho molta confidenza se non con quelli del basso continuo. L'ultima affermazione, non considerare l'intervallo di semitono sempre fisso e pari a 25 Hz, mi dà il la (tanto per rimanere in tema) per parlare di temperamenti. Magari in un prossimo post. So di inoltrarmi in un terreno accidentato, ma ci proverò.
EliminaGrazie Michele, sarò ben lieto di leggere il prossimo post!
EliminaSe mi è lecito aggiungere un mio modesto apporto alla questione, in materia di organi antichi, vorrei osservare che da parte dei costruttori e dei committenti vi era tutto l'interesse, e ben giustificato, di mantenere un corista relativamente alto, stante l'indubbio risparmio di metallo prezioso nella fabbricazione delle canne. Ad esempio, per la sola canna di 8' del La3 -quella di riferimento- si passa, con la relazione matematica nota, con frequenze di 392 , 415, 465, (Organo Da Prato, 1470 ca, San Petronio, Bologna) 492,5 (Organo Colombi, Valvasone, 1530 ca)Hz dai relativi 43 cm, a 40, 36 e 34, con un risparmio indubbio. Pensiamo poi quanto tutto ciò si ripercuotesse sulle canne più gravi; e pure sulla mentalità di fondo sottostante a tutte queste creazioni, equilibrata tra una esigenza di rifinitura e qualità artigianali, e pragmatismo altrettanto artigianale. Nicola da Treviso
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